giovedì 18 aprile 2013

Leggete questo!!


Ren Höek consiglia caldamente questi contenuti!

Questo racconto è stato pubblicato, senza compenso, anzi mi sono dovuto pure comprare il libro che lo conteneva. Però mi hanno fatto lo sconto! Li ho proprio fregati...


L’immondo dopo la fine del mondo

Il sole era un mostruoso tuorlo d’uovo che si tuffava dietro la linea dell’orizzonte, inondando di rosso le montagne d’immondizia.
Alla fine quelle stronzate sulla gigante rossa si erano verificate.
Anche quelle sulla fine del mondo.
Il sole si era trasformato in un immenso globo arancione scuro, ma non a causa del consumo completo di idrogeno nel suo nucleo: il sole era stato deliberatamente trasformato da una forza cosmica, la stessa che aveva scatenato l’Apocalisse.
Certo, anch’io avevo pensato, all’inizio, che si trattasse di Dio, e che Gesù fosse tornato.
Ovviamente, pensai anche al Quinto Sole dei Maya.
Tutte cazzate.
A scatenare la fine del mondo era stato il custode degli Inferi: Diavolo, Satana, Lucifero, Plutone, Hella, Ade, Henma…chiamatelo come volete. Potete anche identificarlo con la Morte, se vi pare. Ad ogni modo potremmo dire che fu il Grande Nemico dell’uomo e di Dio (qualunque cosa siano Dio e il suo Nemico, se entità cosmiche o archetipi, forme simboliche di un fenomeno inconoscibile) a provocare la fine del mondo.
L’aveva fatto per un sacchetto dell’umido.

Nessuno si era dato più la pena di contare i giorni, dopo l’Armageddon, quindi non saprei darvi delle coordinate temporali. Non aspettatevi un diario di quei giorni.
Anche perché era sempre giorno.
Appena la gigante rossa tramontava, sorgeva una stella blu, e il mondo diventava più freddo del cuore di Satana. Ammesso che ne avesse uno. Il Diavolo (chiamiamolo così, per comodità) aveva cambiato le regole, le leggi della fisica (ammesso che avessero mai avuto una reale validità eterna e universale) non erano più le stesse. L’intero universo non era più lo stesso.
Quel “giorno” era stato caldissimo come al solito, cinquanta gradi e più, e, vedendo calare la stella rossa, mi aspettavo come sempre un repentino abbassamento della temperatura, un’escursione termica di cento gradi.
Uno scintillio metallico mi punse la vista, dalla sommità di una collinetta di sacchi neri dell’indifferenziata. Si trattava di un telescorpio, uno dei demoni patchwork creati con i rifiuti. Il corpo era formato da pentole e padelle di acciaio inox 18 10, le chele con cesoie da giardino, la coda con un frammento di treppiede snodabile per fotocamere. Sulla cima della coda era innestato un telescopio che ruotava in ogni direzione, quasi istericamente, come mosso da venti contrastanti.
Se il telescorpio mi avesse visto, avrebbe sicuramente avvertito lui.
Hellequin.
Sarebbe arrivato a uccidermi.

La prima volta che ero morto, ero stato accolto da un altro demone patchwork.
Aveva un corpo di donna formoso, morbido ma sodo ed elastico, lucido, come un’eroina dei manga. Sul collo era innestato, cucito con fili elettrici, il capo di un bue dagli occhi acquosi e beoti, con due corna innaturalmente lunghe che si curvavano per poi salire verticalmente ad altezze vertiginose.
Era il Mignottauro, il giudice delle anime dei defunti.  “Anime” per così dire, dato che dopo la fine del mondo, nessuno di noi era diventato un ectoplasma. In effetti, c’era stata la “resurrezione della carne”. Ma come ho detto le regole erano cambiate, quindi inutile fare queste distinzioni.
Il mostro attorcigliò la coda, un cavo con presa della corrente a due punte, formando tre cerchi, che indicavano la zona in cui sarei stato teleportato all’istante. Proprio come nell’Inferno di Dante, solo che qui eravamo ancora sulla Terra, a quanto mi risultasse, e questa Terra era piena di spazzatura.
La spazzatura che avevamo prodotto noi in tutti quegli anni.

I Paesi più sviluppati avevano prodotto più rifiuti di quanti riuscissero a smaltire.
Li inviarono nei Paesi del Terzo Mondo, pagando i criminali locali perché inzeppassero di mondezza le loro terre ancora fertili. A un tratto, però, i governi di questi Paesi non furono più tanto contenti. Oltre a ciò, c’era il problema di dove seppellire i morti, perché la cremazione era ancora ripugnante per molti, e inoltre troppo costosa. Come risposta alle lamentele dei governi, il Paesi sviluppati continuarono a scaricare scorie di ogni genere e pericolosità, insieme ai cadaveri degli immigrati che erano espatriati dai loro Paesi per cercare fortuna in quelli più ricchi.
“Restituiamo i defunti alla loro terra”, affermavano i portavoce dei governi.
Si scatenò una guerra mondiale, poi un consesso di scienziati con i Q.I. più elevati partorì un’idea geniale: scaricare tutti i rifiuti non riciclabili della Terra nel sole.
Uno degli scienziati, però, ancora più intelligente degli altri, pensò che non fosse una buona idea, che una perturbazione nella composizione chimica del sole avrebbe potuto generare tempeste solari o che, ancora peggio, una variazione di massa avrebbe potuto farlo trasformare in una gigante rossa e in una super o ipernova.
“Al centro della nostra galassia, affermò lo scienziato in una conferenza in mondovisione, esiste un buco nero massiccio. Lanciamo lì dentro tutto quello che è di troppo sul nostro pianeta. Niente ritorna indietro da un buco nero!”
Furono stanziati miliardi di finanziamenti che ridussero alla povertà miliardi di persone, soprattutto per capire dove cavolo fosse questo “centro della galassia”. Alla fine la spedizione, denominata Caronte (nomen omen!) raggiunse l’obiettivo con una flotta di duecento navi stellari stipate di rifiuti di ogni genere, dai preservativi usati alle scorie nucleari, e di carcasse umane e animali. I rifiuti dell’umanità furono proiettati di là dall’orizzonte degli eventi e furono risucchiati da quel gorgo nero, come uno sciacquone cosmico.
Non sapevamo di aver buttato la nostra spazzatura all’Inferno.

Vidi il telescorpio puntare la sua lente minacciosa verso me e, nonostante il caldo, sentii un brivido lungo la schiena. Qualche minuto dopo tutto il corpo soffriva il freddo: era sorto il sole blu. Cominciai a correre forsennatamente, per evitare di essere inquadrato nuovamente dal demone e per scaldarmi. Fatica sprecata. Il telescorpio era come una videocamera senziente. E fare jogging a cinquanta gradi sottozero per scaldarsi era come appiccare un incendio al polo usando un fiammifero e delle foglie secche.
Avevo seminato il telescorpio, ma ormai ero fottuto.
Rannicchiata tra vecchi materassi Eminflex consunti notai una figura. Una kugutsu! Poteva essermi utile in quella fredda “notte”.
Dovete sapere che la kugutsu è una donna marionetta, una bambola di piacere. Quando mi vide, disse “Ciao, sono Olympia, chiedimi qualsiasi cosa”, con voce calda e suadente.
Non me lo feci ripetere due volte. Formulai la mia richiesta, e già sentivo un languore nella zona pubica.
“Posizione numero 35”, cominciò a dire la kugutsu, “posizione del cucchiaio”,continuò mentre io mi toglievo i pochi stracci che indossavo, “la posizione del cucchiaio è una tipica posizione da dietro….”
E continuò con la spiegazione. Nient’altro. Non si era nemmeno spogliata. Provai e riprovai in vari modi ad attivarla, ma non c’era nulla da fare. Era una puttana che non sapeva mettere in pratica tutte le posizioni che conosceva!
Poi capii. Era una “dannata”, e quello era il suo contrappasso.
Più avanti vidi un uomo macilento, che indossava solo una salopette consumata, con in testa una sorta di maschera del gas con una piccola proboscide. Sembrava la testa di una mosca. Aspirava l’aria attorno a sé, e non era in grado di parlare. Sul retro della salopette c’era scritto “ Servizio Aspirafoglie”. Un altro dannato, con la sua punizione: non c’era vegetazione, nell’immondo dopo la fine del mondo.
Ed ecco il mio contrappasso.
Hellequin era arrivato.

Era un immondo, dicevo, un mondo di rifiuti.
Dopo che avevamo insozzato l’Inferno, il Diavolo apparve su tutte le televisioni mondiali, minacciando una ritorsione se avessero buttato nel buco nero un solo altro sacchetto dell’umido.
Tutti pensarono a uno scherzo, al più alla mossa estrema di un ecoterrorista islamico, e il gruppo di scienziati più intelligenti dimostrò che il Diavolo non esiste.
Il capo della spedizione “Caronte” si sentì sfidato, e tornò apposta nei pressi del gorgo cosmico per gettarvi un unico sacchetto pieno di rifiuti organici.
All’istante, tutto l’universo fu inghiottito da quel gorgo e ci ritrovammo in questo nuovo mondo.

Hellequin era il demone patchwork che mi perseguitava da non so più quanti soli rossi e blu. Aveva una maschera da beccamorto nera, appuntita e dietro le fessure rotonde si scorgevano occhi glauchi. In testa portava un cappello da Arlecchino che si curvava a formare due corna, anch’esse aguzze. Indossava un vestito fatto di brandelli di sacchi viola, neri e dell’umido, stracci unti di grasso, bandiere, panni sporchi, il tutto cucito con spaghi, fili del telefono, cavi. Le braccia erano infilate fino al gomito in bottiglie di plastica, le gambe indossavano fustini del detersivo per stivali. Piedi e mani, carbonizzati, erano scoperti, al posto delle unghie avevano cocci aguzzi di bottiglia.
Sapevo che, come sempre, mi avrebbe torturato fino alla morte con tutte quelle sue parti taglienti e acuminate. Poi sarei rinato, e il Mignottauro mi avrebbe mandato da qualche altra parte dell’immondo.

Mi sbagliavo.
Hellequin mi aveva torturato e ucciso 311.040.000.000.000 volte.
Stavolta, invece, mi aveva fatto a pezzi e ricucito a suo piacimento. Non si può dire che fossi amorfo, ma nemmeno che fossi bello: avevo la testa sul culo, dico solo questo.
Avrebbe fatto questo gioco per altre 311.040.000.000.000 volte.
Poi avrebbe cambiato le regole di nuovo.
E così via.
Per l’eternità.

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