mercoledì 17 aprile 2013

Fiaba bizzarra


Il disegno non c'entra una mazza



Ho ideato questo racconto per il concorso Subway del 2012 ma non se lo sono cacato...

Eppure, bisogna dargli il merito dell'originalità...


“Piece”

Un verme metallico scava nella nebbia.
Il treno arranca lungo i binari arrugginiti, sembra una gigantesca e vecchia bestia di lamiera che compie gli ultimi metri prima di morire. Come una balena che si arena sulla spiaggia una volta ferita a morte, il convoglio ferroviario attracca al binario con una lentezza esasperante, resa intollerabile dall’incessante cigolio dei freni. Finalmente, l’agonia cessa, e con uno sfrigolio, simile a quello di una padella rovente buttata in acqua, le porte vengono sbloccate. Con espressioni del volto impassibili che in realtà celano un’eterna ma sotterranea irritazione, i pendolari scendono precipitosamente dal convoglio, come tanti topolini rigurgitati dal serpente di metallo.
Il signor K. aspetta il deflusso della folla dallo scompartimento, per poi precipitarsi fuori con la sua borsa in pelle nera, il suo cappello e il suo impermeabile beige, le sue scarpe di pelle marroni e il suo completo grigio. Dal cappello del signor K. spuntano dei ciuffi di capelli ai lati, se togliesse il suo copricapo il signor K. rivelerebbe una liscia e scintillante chierica. Il signor K. pensa che ora entrerà in un altro verme metallico, ma stavolta sottoterra, e trova la sua similitudine molto buffa. Immagina la metropolitana come un lombrico che scava sotto la città ingurgitando terra per poi espellerla dal retro. Il signor K. immagina cosa succederebbe ai passeggeri se accadesse qualcosa del genere. Dovrebbero mantenersi forte agli appositi appigli per non essere scaraventati fuori dal culo del verme. Il signor K. pensa di avere una fervida immaginazione.
Il signor K. pensa di essere impazzito.
Per una frazione di secondo la metropolitana gli è apparsa come un gigantesco lombrico, con tanto di anelli accatastati in fila. In alcuni punti della catena, due anelli adiacenti si discostano aprendo un varco da cui sbucano delle ombre. Sì, ombre è il termine che gli viene in mente per descriverle, perché sono completamente nere e apparentemente prive di spessore dato che la luce su di esse si riflette in maniera omogenea, senza sfumature. Le ombre indossano maschere, tutte diverse. Fuoriescono dal verme metallico con un movimento fluido, lento, come uno sciroppo denso che scivola dal barattolo, come zucchero caramellato. Le maschere sono l’unico elemento a dare un’impressione di profondità a queste figure.
La visione svanisce di colpo, e il signor K. rimane intontito. Sale appena in tempo, prima che le porte si richiudano, trascinato dal pigiare dei pendolari. Il vagone è affollatissimo, ma il signor K. adocchia un posto libero in fondo. Quando lo raggiunge, capisce il perché di tanta fortuna. Di fianco a quel posto ce n’è un altro occupato da una donna, una zingara, chiamiamola così, che dondola un passeggino.
Nel passeggino c’è un minuscolo bambino addormentato, e la mamma mormora una nenia lamentosa, di tanto in tanto captando uno sguardo per farsi dare qualche moneta.
Il signor K. si trova in imbarazzo, perché la prima volta che ha dovuto prendere la metro ha fatto l’elemosina a un signore zoppo, e questi gli ha chiesto altri soldi. Il signor K. ha scosso la testa per dire No, non ne ho altri, e il mendicante è rimasto in piedi davanti a lui, guardandolo con aria supplichevole e chiedendo altra moneta. Il signor K. si è sentito irritato da questa richiesta, e anche dispiaciuto di non potergliene dare altri, e poi di nuovo irritato. Da allora sulla metro non ha fatto l’elemosina più a nessuno, perché sulla metro è difficile cercare di evitare un mendicante se ti chiede insistentemente altri soldi.
All’aperto è più facile aggirarli.
Adesso, il signor K. esita a sedersi di fianco alla zingara, ma ormai è fatta.
Spera di non intercettare il suo sguardo, invano. La donna lo sta fissando.
Il signor K. farfuglia qualcosa che nella sua testa suona come Mi scusi, posso sedermi, ma che dalla sua bocca esce come un rantolo soffocato. La donna lo fissa senza chiedergli nulla, per un attimo ha smesso di dondolare il passeggino, poi riprende.
Il signor K. guarda fisso davanti a sé.
Si gira verso la zingara, che gli sorride tristemente.
Il signor K. ricambia imbarazzato il sorriso, abbassando lo sguardo per un attimo.
Quando lo rialza, la zingara non ha più la faccia.
Per poco il signor K. non vola direttamente sulla sbarra sopra di lui, “l’apposito sostegno” dei passeggeri.

La zingara non è più una zingara ma un’ombra. Quelle che ha intravisto salendo sono ombre nude, questa indossa una cappa nera, un mantello che le copre il corpo rendendolo una macchia informe. Incastonata nel cappuccio, una maschera priva di faccia. Ricorda lo spirito che nel “folklore” giapponese viene chiamato noppera-bo. La maschera riflette la luce mostrando le proprie forme, rientranze e avvallamenti che consentono di percepire la presenza di un viso. Ma da questo viso sono assenti occhi, bocca e narici. L’ombra, come la zingara, sta dondolando una carrozzina, non il più moderno, benché consunto, passeggino che aveva prima. Si tratta di una struttura dal telaio sottile e leggero, di metallo, rivestito di un tessuto inconsistente, di colore giallino sbiadito dal sole. Un giallo pergamena. Ci sono anche quattro ruote, grosse quanto quelle di una bicicletta, cinte da un piccolo strato di gomma. In alto c’è un parasole, anche quello incartapecorito.
La carrozzina contiene un involto repellente. Dalle fasce un tempo candide, ora sozze di muco verdastro-giallognolo, proviene un rantolo somigliante al respiro di un bambino. Ma il bambino è un bozzolo, una larva bitorzoluta di colore verde marcio con venature ocra, che pulsa con lentezza. L’ombra solleva l’involto lercio scoprendo la larva e rivelandone un altro dettaglio repellente: nel pulsare, una luce rossa si gonfia nel mezzo, ipnoticamente. Dal bozzolo partono minuscoli tentacoli, verdi filamenti che si diramano andando a raggiungere diverse parti del telaio, fondendosi col metallo.
Il volto senza faccia si volta verso il signor K. e, inspiegabilmente, il signor K. sente rivolgersi un sorriso grottesco, che gli fa accapponare la pelle, tanto da scuoterlo da capo a pie’. Tanto è forte il brivido, da fargli sentire un formicolio persistente alla nuca. Come quando ci si sdraia appoggiando il collo e schiacciandolo tanto da farlo “addormentare”, e si ha l’impressione di non riuscire più a muoverlo.
Il signor K. si volta con un movimento al ralenti a scrutare i volti impassibili, o stanchi, o depressi o concentrati nella lettura o (addirittura) sorridenti dei passeggeri nella metro. Se qualcuno ha anche solo intravisto la stessa immagine, ora sta sicuramente facendo finta di non averne nemmeno captata l’esistenza. E poi, le zingare, chi le guarda.
Il signor K. però, sta esagerando. Vuole addirittura ignorare ciò che sta percependo con la coda dell’occhio, cioè che il tizio con la cappa nera ha prelevato l’orrido involto dalla carrozzina e lo sta spostando nella sua borsa nera di pelle lucida. Si è persino sentito il risucchio, come di ventosa, provocato dalla separazione di bozzolo e carrozzina.
La larva è così minuta da scivolare senza sforzo nella borsa. Il signor K. guarda fisso davanti a sé, con un sorriso ebete. Ora l’ombra gli sussurra Tienilo al caldo, basta che tu lo metta in un luogo caldo e asciutto, il tuo ripostiglio andrà benissimo. Non ha bisogno di nutrirsi, aggiunge l’essere ammantato di nero, col tono di un padre premuroso.
Il signor K. guarda fisso davanti a sé con un sorriso ebete.

La zingara si alza, spinge il passeggino con forza, perché ha le ruote mezze rotte, e scende dalla metro. Se qualcuno ha notato il bambino nel passeggino, ora si accorge che è in realtà un sacchetto della spesa.

Quando il signor K. ha aperto la borsa di pelle lucida nera, l’ha fatto con molta circospezione. Con espressione sofferente, disgustata, i denti digrignanti, ha cautamente infilato una mano tra i documenti, ignorando il rantolo proveniente dall’interno della borsa, il calore umido generato da quella creatura acquattata sul fondo. Purtroppo, nello sfilare alcune cartelle, ha urtato la larva verdegialla facendola rotolare fuori, sulla lucida scrivania sopra la quale lavora cinque giorni su sette. Istintivamente si è voltato chiudendo gli occhi, poi si è accorto di essersi comportato in modo strano davanti ai colleghi, allora li ha riaperti. Almeno ora nessuno potrà ignorare la cosa, l’orribile creatura verdognola che gli sta davanti.
Il signor K. fissa con sgomento la pera verde sulla sua scrivania.

Il signor K. non se l’è nemmeno sognato di mangiare quella pera, ma non ha neanche avuto il coraggio di buttarla. Così, turandosi il naso, l’ha ributtata nel mucchio di carte della sua borsa. Per questo ora se la deve tenere in casa e non sa dove metterla. Il signor K. decide allora di svuotare la borsa di tutti i fogli e le cartelle che gli servono, lasciando la pera sola nelle buie cavità di pelle nera. Ma quando si avvicina alla borsa, sente nuovamente il pulsare flaccido della larva, il respiro affannoso del bozzolo. Il signor K. lancia un grido, poi si fa forza e richiude la borsa. L’oggetto in pelle nera comincia a gonfiarsi e sgonfiarsi, gonfiarsi e sgonfiarsi..lo afferra per il manico e corre verso il ripostiglio, lo scaraventa all’interno e chiude velocemente la porta, appoggiandosi affannoso contro di essa. Osserva con la coda dell’occhio la chiave nella toppa e chiude con due mandate, poi estrae la chiave e se la mette in tasca. Rimane per qualche secondo a fissare la porta e ha il terrore che anche questa cominci a respirare come la larva. Ma non accade, e il signor K. se ne va a letto senza cena.

La prima volta che il signor K. fa quel sogno, la sensazione di angoscia è ancora contenuta.
È giovane, si trova con la sua ragazza e deve prendere un mezzo di trasporto (forse una nave?) per viaggiare..nel tempo. Salgono lungo un’invisibile rampa di scale che pare non finire mai, raggiungono un punto in cui si trovano sospesi in aria: di fronte a loro, sempre sospesi, come se si trovassero in piedi sul ponte di una nave invisibile, c’è un gruppo di persone provenienti da un’altra linea temporale/dimensionale.
Ora i due si trovano in un’altra universo. Un gruppo di persone viene a porgergli una serie di amuleti, alla ragazza delle collanine colorate che lei gradisce molto, le stanno anche bene, a lui un rosario con crocefisso, su cui il giovane signor K. fa qualche commento sarcastico. Tutti si comportano in maniera gentile e premurosa con la ragazza, lui viene ignorato. Spiegano che gli amuleti hanno uno scopo preciso, infatti questo gruppo di persone li ha condotti in una caverna sotterranea dove devono estrarre dalla parete non dei fossili, bensì degli spiriti. Lui è seccato ed esce all’aperto. Fuori si ritrova in una città completamente deserta, anzi in un deserto con un accenno di città. L’unico passante è un centauro (in moto) che lo guarda in cagnesco. Lui restituisce lo sguardo, e il centauro allora rallenta.
Il giovane K. emette un urlo lancinante, mentre il sogno svanisce.

Il signor K. si passa una mano sulla fronte sudata. Si sente lievemente angosciato, senza ragione.
Ripensa al giorno precedente: come ha fatto a vedere il posto libero vicino alla zingara, dall’altro lato del vagone stipato di gente?
Non trova una risposta razionale. L’angoscia aumenta.

La seconda notte il signor K. fa lo stesso sogno.
Al momento in cui dovrebbe uscire dalla grotta, però, cambia idea e rimane con gli archeologi.
Stavolta estraggono uno spirito dalla parete.
Lo spirito è minuto, indossa degli stracci e sandali di foggia orientale. In testa porta una specie di largo cappello di paglia di forma conica, è la parte superiore di un vecchio ombrello, logoro e consumato dal sole. L’esserino si toglie il copricapo, rivelando una buffa faccia rossa, sormontata da capelli a caschetto neri e lisci, molto sottili. Ha l’aspetto di un bambino di cinque o sei anni, e ora lo fissa con i suoi grandi occhi.
Alla scena se ne sovrappone un’altra.
Vede un neonato che si agita in un’esplosione di luce e fango, muove le piccole membra al rallentatore, mentre l’immagine va svanendo…

Il signor K. ha una sensazione singolare al risveglio, una sensazione a cui non saprebbe dare un nome.
Poi giunge un ricordo.
È la mattina del giorno dopo Natale, e il signor K. passeggia per il centro della città, dove tutti i negozi erano chiusi. A un tratto sente il pianto isterico di un bambino, e spera che la mamma lo faccia smettere  presto. Ma è proprio la mamma quella che il bambino invoca con le sue urla disperate. Rallenta il passo, e intanto osserva la gente passare di fianco al bambino osservandolo. Nessuna mamma arriva a calmarlo o, magari, a dargli due o tre schiaffi per la figura che sta facendo. Passa sì, una mamma con carrozzino, insieme alla famiglia, che sembra esitare per un attimo. Poi prosegue oltre. Un signore che potrebbe essere il nonno del bambino si ferma a chiedergli Sei da solo? Il bambino per tutta risposta continua a urlare. Il signore continua a fargli domande ma non si capisce se e cosa abbia risposto la piccola creatura piangente. Il signore rimane lì a cercare di capire. Il signor K., che all’epoca non era un signore, ora sente di aver fatto il suo dovere: assicurarsi che qualcun altro lo facesse al posto suo. Si allontana dalla scena, voltandosi di continuo per essere certo che quel signore rimanga col bambino. Nessun altro, dopo quell’uomo, si è fermato ad aiutarlo.

Questo ricordo, al signor K., dà una strana sensazione. Non è amarezza, né rimorso, nessuno ha dato notizia nei giorni seguenti della scomparsa di un bambino. Forse è delusione. Delusione per aver perso qualcosa: un treno, un oggetto caro, un’occasione importante. Una persona.

Ed ora, per visualizzare quest’altro sogno, immaginate una faccia con un paio di baffi. Sotto i baffi, non c’é bocca né mascella. I baffi in realtà sono delle zampette di crostaceo. Ecco, state guardando il dorso di un heikegani, uno spirito a forma di granchio, il cui guscio ha la forma di un viso umano, dai cui lati spuntano le altre zampe dell’animale.
Il signor K. in questo terzo sogno sta proprio guardando un heikegani. Ne è profondamente turbato, e allunga un piede per schiacciarlo. Sente un rumore di uova schiacciate, e sollevando il piede sono proprio quelle che trova per terra al posto del granchio. Poi le vede friggere velocissimamente, e dal bubbolio giallo delle uova spunta della materia marcescente color verde. All’interno sguazza qualcosa. Si avvicina ansioso di scoprire di che si tratti ma la visione si perde in dissolvenza…

Questo sogno fa pervenire in superficie un desiderio impronunciabile. Qualcosa di repellente. Non può fare a meno di pensarci tutto il giorno.

Nel quarto sogno gli archeologi di spiriti estraggono una donna con una bocca sulla nuca, che usa i capelli come tentacoli per trasportare gli alimenti al cavo orale.
I bocconi di cibo si perdono nel vuoto di quella bocca storpia.

Le notti seguenti sogna altri spiriti. Un altro noppera-bo, una yuki-onna (donna delle nevi), un bake-neko (gatto mammone), una futa-kuchi-onna (donna con due bocche), un inu-gami (cane Dio), una joro-gumo (prostituta-ragno), un kappa (folletto d’acqua), un kirin (drago-cervo), una kitsune (volpe), un konaki-jiji (un bambino-vecchio piangente),  una nue (chimera i cui componenti cambiano di continuo), una ningyo (sirena mostruosa), un oni (orco), un tengu (folletto-uccello), uno zashiki-warashi (bambino del salotto, dal volto paonazzo), un ame-furi-kozo (bambino con un ombrello come copricapo che porta una lanterna), e poi tutta una serie di Fantasmi creati dalla possessione spiritica di oggetti d’uso quotidiano, e ancora un numero indefinito di innesti di oggetti, animali e parti del corpo a formare un numero pressoché infinito di “Fantasmi-Maschera”.

Il signor K. non dorme da giorni, e crede di avere un aspetto terribile. Si specchia: la sua faccia è quella di sempre.
Non si direbbe che dietro quel viso si nasconde un turbamento incontrollabile. Il signor K. si precipita nel ripostiglio, deciso a farla finita. È ora di fare i conti con la creatura, la schiaccerà come ha fatto col granchio alcune notti fa. Un momento. Quello era solo un sogno, pensa.
È arrivato davanti al ripostiglio. Il suo cuore batte all’unisono con quello della creatura. Crede addirittura di vedere il pulsare della porta verso l’esterno.
Quando apre la porta, si sente mancare il terreno sotto i piedi, come un gatto se lo facessimo camminare sopra uno specchio. Il suo ripostiglio contiene uno spazio immenso, e di fronte a lui il bozzolo è ormai diventato una palla di zucchero filato nero. Dall’interno del bozzolo proviene la solita pulsazione, una luce rosata che si dirama a intermittenza in tanti piccoli rigagnoli fino a disperdersi sulla superficie esterna della sfera. Questa è collegata a un cordone spesso che si allunga verso l’alto a raggiungere dimensioni che la mente umana del signor K. non riesce a d interpretare: vede solo uno spazio privo di forma.
Qualcosa lacera il bozzolo da dentro: pur sembrando zucchero filato, ha una consistenza gommosa. Dallo squarcio nero emerge un’ombra. È come quelle della metro, ma priva di maschera. La materia del bozzolo si dissolve e nella trama formata dai filamenti il signor K. scorge i propri sogni, le immagini degli spiriti evocati nel sonno.
L’essere spalanca una bocca oscura e deformata che emette un liquido invisibile, una sostanza che al signor K. sembra gas, o acqua, o gel. La sostanza lo avvolge, rendendolo rigido come una statua. L’ombra appoggia le mani ai lati della faccia del signor K. staccandogliela come una maschera. L’Ombra indossa la Maschera del signor K.
Il resto del corpo di K. cade in terra, e si frantuma.

I soliti passeggeri vedono il signor K. salire sulla metro con un sacco in mano. Si fa strada tra la folla urtando i pendolari assonnati o irritati o indifferenti. Consegna il sacco alla zingara, che lo apre permettendo alla gente attorno di vederne il contenuto: cibo e vestiti. Alcuni sono irritati per questo sfoggio di generosità, deve per forza sbatterci in faccia la sua bontà? Altri sono contenti che qualcun altro si sia preso la responsabilità al posto loro e lodano il gesto con un sorriso. La zingara richiude il sacco soddisfatta, lo mette nel passeggino e scende dalla metro. Passa attraverso la fessura formatasi tra due anelli del verme metallico, insieme ad altre ombre. Si allontana dalla piattaforma e si ritira in un angolo con la sua carrozzina. Solleva il parasole e prende il sacco in mano. Lo apre.

La zingara guarda il contenuto del sacco, e vede i frammenti del signor K.

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